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Il Castello di Carini e la leggenda del Fantasma della Baronessa

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Pubblicato da in Da Visitare · 2 Aprile 2019
Tags: #baronessacarini#castelloinfestato


La storia della baronessa di Carini si perde nella notte dei tempi, da quando cioè nel 1072, il conte Ruggero I di Sicilia assegnò la baronia di Carini a Rodolfo Bonello primo feudatario normanno che fece edificare alla fine del sec. XI una fortezza che dominava il territorio. Nel corso del tempo l'importanza che questa cittadina andava acquisendo cresceva sempre di più. Da Palmerio Abbate, nel 1397 il re Martino I, nuovo re di Sicilia, affidò la Terra di Carini al "milès panormitano" Ubertino La Grua, di nobile famiglia originaria di Pisa, per i servizi resigli.



Ubertino non ebbe prole maschile e, nel 1402, con privilegio di Martino il Giovane fece sposare la sua unica figlia Ilaria con il catalano Gilberto Talamanca, dando così vita alla casata La Grua Talamanca che rimarrà in possesso della baronia di Carini fino al 1812.
 
Nacque così la dinastia Talamanca-La Grua di cui si trova traccia anche oltre oceano, infatti nell'aprile del 1796 Michele La Grua e Branciforti arrivò a fondare la città di Santa Cruz in California. Inizialmente il nuovo centro urbano fu chiamato Villa de Branciforte proprio in suo onore e questa denominazione rimase dal 1797 al 1845. Oggi solo una delle vie principali della città californiana (Branciforte Avenue) riporta il nome del nobiluomo siciliano.
 
Tornando alle vicende italiche, l’abolizione del feudalesimo (1812) e il trasferimento di Antonio Francesco La Grua a Parigi (1839), fece sì che agli antichi nobili rimanesse soltanto la proprietà del Castello che fu teatro di una famosa tragedia tramandata nei secoli da una ballata popolare, quella di donna Laura Lanza di Trabia baronessa di Carini avvenuta il 4 dicembre 1563.



Tra i vari personaggi della tragedia il vero protagonista è don Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, legato al potere del viceré Ferrante Gonzaga e all’imperatore Carlo V.


Sposatosi con la ricca vedova Lucrezia Gaetani, il Lanza ebbe due figlie, Laura e Costanza. Appena adolescente la primogenita Laura venne data in sposa a don Vincenzo La Grua, barone di Carini. La ragazza entrò trionfalmente nella terra di Carini e prese possesso del castello.
Ma qui, lontana dal fasto e dalle feste di Palermo, si annoiava anche perché il marito, impegnato nella caccia al falcone e nei traffici commerciali, era quasi sempre assente. Laura riprese quindi a frequentare la capitale e a partecipare alle magnifiche feste a corte che si svolgevano nei palazzi nobiliari.
 
Durante una delle feste palermitane, nel palazzo della famiglia Barbagallo, avvenne l’incontro con l’affascinante Ludovico che rimase anch’egli folgorato da Laura.

I Barbagallo erano imparentati con i La Grua e possedevano il feudo di Montelepre confinante con quello di Carini. Questo permetteva a Ludovico di frequentare il castello di Carini, fuori dagli sguardi indiscreti dell’ambiente palermitano, ed incontrare Laura durante le assenze del marito diventava così molto più semplice.
 
Il loro amore durò diversi anni tuttavia la leggenda narra che fu un frate che riferì al padre di Laura l’amore segreto. Il terribile don Cesare Lanza partì nottetempo con la sua scorta di “bravi”, irruppe nel castello, sorprese gli amanti, trafisse col pugnale la figlia e fece uccidere Ludovico dai suoi sgherri. Un delitto d’onore: un padre che uccide la figlia adultera per pulire con il sangue l’onore del casato. Subito si mise in atto la menzogna; un cronista segnò la data in una laconica nota: “1563. Sabato a’ 4 di decembre successe il Caso della Signora di Carini”; il cappellano annota invece nel registro parrocchiale: “A dì 4 Dicembro 1563. Fu morta la spettabile Signora Donna Laura La Grua. Sepeliosi a la matrj ecclesia…Eodem. Fu morto Ludovico Vernagallo”.
 Sono questi gli unici documenti che il ricercatore Salomone Marino, nella sua annosa ricerca durata cinquant’anni, riuscì a reperire per riportare la storia alla sua verità. Nel 1963, nell’archivio di Stato di Palermo, fu ritrovato il documento che chiariva i fatti: Don Cesare Lanza fu processato per l’assassinio della figlia e la Sacra Cattolica Real Maestà accolse la difesa del padre assassino archiviando il caso e nascondendo ai più la verità per oltre 400 anni.
Alla povera Laura e al povero Ludovico rimaneva il canto e il pianto di uno dei testi più alti di poesia popolare: “La storia di la Barunissa di Carini”. Secondo Sciascia, il poeta che compose questi versi fu Antonio Veneziano, che fu imprigionato ad Algeri insieme a Cervantes.



La leggenda narra che in occasione dell'anniversario del delitto, ogni 4 dicembre, comparirebbe, su un muro della stanza dove venne uccisa Laura, l'impronta della mano insanguinata lasciata dalla baronessa durante l’agonia. L’evento è magistralmente descritto seppur con qualche licenza poetica, da Luigi Natoli che s’ispirò alla vicenda della baronessa per la stesura del suo romanzo “La Baronessa di Carini”.
Il suo fantasma, vestito in abiti rinascimentali, vagherebbe nel castello in cerca del padre.
Il vedovo don Vincenzo La Grua convolò a nuove nozze il 4 maggio 1565 con Ninfa Ruiz rinnovando alcune stanze del castello e cancellando le tracce che potevano ricordargli la prima moglie.  L’unica cosa che non riuscì a cancellare fu l’impronta insanguinata.
Secondo lo storico Calogero Pinnavaia la baronessa e il suo amante non furono uccisi per delitto d’onore ma l’assassinio fu dettato da ragioni economiche. Don Cesare Lanza infatti doveva del denaro al povero Vernagallo, motivo per cui, per “estinguere” il debito, fece uccidere il suo creditore. La figlia Laura venne invece uccisa perché l’eliminazione dell’adultera serviva a occultare la vera ragione del delitto.
Inoltre il marito della baronessa, don Vincenzo La Grua aveva interesse a eliminare il rivale perché, secondo la Lex Iulia, avrebbe avuto diritto a metà del patrimonio dell’amante. Quanto al padre, Cesare Lanza, uccidendo la figlia, per motivi d’onore, avrebbe potuto riavere indietro la dote.



La potenza delle famiglie coinvolte (ricordiamo che Don Cesare Lanza era il prefetto di Palermo, cioè una specie di sindaco dell’epoca) mise subito a tacere i diaristi del tempo, che si limitarono a riportare solo la data e la notizia della morte, e i giudici che “indagarono”, sulla vicenda.  La “verità ufficiale” si trova custodita nell’archivio della Chiesa madre di Carini in una lettera-confessione, scritta dallo stesso padre della vittima al re di Spagna Filippo II. Nonostante le perplessità del Vicerè dell’epoca, Don Juan de la Cerda, Don Cesare Lanza di Trabia fu assolto in virtù della legge vigente e l’anno successivo insignito del titolo di conte di Mussomeli.
Secondo la tradizione locale la tomba della baronessa si troverebbe nella cripta dei La Grua sotto l’altare maggiore della Chiesa madre di Carini mentre secondo altri la baronessa sarebbe seppellita a Palermo nella Chiesa di Santa Cita nella cripta della famiglia Lanza. Infatti in tale cripta sono sepolti il padre, Don Cesare Lanza, con la seconda moglie, Castellana Centees e il fratellastro Ottavio.



Il mistero s’infittisce perché sotto il sepolcro del padre è posizionato un artistico sarcofago anonimo con lo stemma di famiglia e la statua giacente di una giovane donna che si ritiene possa essere quello della figlia Laura.
Oggi il castello è meta di turisti e semplici curiosi ansiosi di vedere i luoghi che furono teatro dei fatti della baronessa di Carini.



La leggenda ha poi creato anche tutta una schiera di appassionati di ghost tours che visitano il castello nella speranza di vedere il fantasma della baronessa o assistere alla comparsa della mano insanguinata.

Indagine effettuata all'interno del Castello di Carini il 04.12.2014 per la commemorazione della morte di Donna Laura Baronessa di Carini. L'esito è stato positivo i file audio e video sono in analisi e saranno successivamente pubblicati.  
Si ringrazia la redazione de LA REPUBBLICA per la cortese concessione del video.
 



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